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Disturbi del Comportamento Alimentare: segnali, sintomi e percorsi di cura

Nutrizione Clinica  ·  Salute Mentale

Disturbi del Comportamento Alimentare: segnali da non ignorare

 –  Dietologo  |   |  Aggiornato secondo i criteri DSM-5 e le linee guida ISS

Nota clinica importante: Questo articolo ha finalità informative e di sensibilizzazione. I Disturbi del Comportamento Alimentare sono condizioni cliniche complesse che richiedono diagnosi e trattamento da parte di un'équipe multidisciplinare qualificata. Se tu o qualcuno vicino a te mostra i segnali descritti in queste pagine, rivolgiti subito a un professionista della salute.

Cosa sono davvero i Disturbi del Comportamento Alimentare

I Disturbi della Nutrizione e dell'Alimentazione — acronimo DCA o DNA — non sono semplici "capricci a tavola" né una questione di vanità o di scarsa forza di volontà. Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione (DSM-5 — il principale sistema di classificazione diagnostica in psichiatria adottato a livello internazionale, pubblicato dall'American Psychiatric Association nel 2013), si tratta di disturbi psichiatrici gravi con significative ricadute fisiche, caratterizzati da un'alterazione persistente del comportamento alimentare che compromette in misura clinicamente significativa la salute fisica, la salute psicologica e il funzionamento sociale della persona.

In Italia, secondo i dati del Ministero della Salute e dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS — l'ente pubblico di ricerca italiano che svolge funzioni di consulenza scientifica per la tutela della salute pubblica), si stima che i DCA riguardino oltre 3 milioni di persone, con un esordio sempre più precoce — talvolta già in età prepuberale — e una diffusione che non risparmia nessun genere, nessuna etnia, nessun ceto sociale. Rappresentano una delle cause di morte più rilevanti tra i giovani adulti con disturbi psichiatrici, con tassi di mortalità tra i più elevati nell'intero panorama della salute mentale.

Vale la pena chiarirlo con forza: un DCA non è una scelta. Si tratta di un disturbo che merita lo stesso rispetto clinico e lo stesso accesso alle cure riservato a qualsiasi altra condizione cronica.

Illustrazione dei principali disturbi del comportamento alimentare: anoressia, bulimia, binge eating disorder
I principali Disturbi del Comportamento Alimentare riconosciuti dal DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) e dall'ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie, undicesima revisione, dell'OMS).

Le principali forme cliniche: non solo anoressia e bulimia

Il panorama dei DCA è più articolato di quanto spesso si creda. Il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione) e l'ICD-11 (Classificazione Internazionale delle Malattie, undicesima revisione — il sistema di classificazione diagnostica dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, in vigore dal 2022) riconoscono diverse categorie diagnostiche distinte, ciascuna con caratteristiche proprie:

Anoressia Nervosa (AN)

È caratterizzata da una restrizione dell'apporto energetico al di sotto del fabbisogno, con conseguente peso corporeo significativamente basso. A essa si associa un'intensa paura di aumentare di peso e una profonda alterazione del modo in cui la persona percepisce il proprio corpo (dispercezione corporea). Si distinguono due sottotipi: il tipo restrittivo e il tipo con abbuffate/condotte di eliminazione.

Sul piano fisico le conseguenze possono essere gravissime e potenzialmente fatali: aritmie cardiache, osteoporosi precoce, insufficienza renale, alterazioni endocrine e anomalie elettrolitiche pericolose per la vita.

Bulimia Nervosa (BN)

Si manifesta con episodi ricorrenti di abbuffata — ingestione di grandi quantità di cibo in un breve lasso di tempo, accompagnata da senso di perdita del controllo — seguiti da comportamenti compensatori inappropriati: vomito autoindotto, uso improprio di lassativi o diuretici, digiuno prolungato, esercizio fisico eccessivo. Il peso corporeo può essere nella norma, il che rende la bulimia spesso "invisibile" agli occhi di chi sta accanto alla persona. Le conseguenze fisiche includono danni all'esofago, erosione dello smalto dentale, squilibri elettrolitici e complicanze cardiache.

Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED, Binge Eating Disorder)

Il BED (Binge Eating Disorder — disturbo da alimentazione incontrollata) è il disturbo alimentare più diffuso in assoluto e tuttavia tra i meno riconosciuti. Come nella bulimia, sono presenti episodi di abbuffata con perdita di controllo, ma in assenza di condotte compensatorie. L'abbuffata è associata a sofferenza marcata, vergogna e disgusto verso se stessi, e si verifica in media almeno una volta alla settimana per tre mesi.

Contrariamente a un pregiudizio comune, il BED non è sinonimo di "golosità": è una risposta psicopatologica documentata che colpisce anche persone normopeso.

Disturbo Evitante/Restrittivo dell'assunzione di cibo (ARFID)

Descritto per la prima volta nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione), l'ARFID si caratterizza per un evitamento o restrizione del cibo basato su caratteristiche sensoriali (aspetto, odore, consistenza, colore), paura di soffocare o vomitare, o scarso interesse per il cibo. Non vi è distorsione dell'immagine corporea. Colpisce prevalentemente bambini e adolescenti, ma può persistere in età adulta con importanti conseguenze nutrizionali e sulla qualità della vita.

Ortoressia e Drunkoressia: i "nuovi" disturbi

L'ortoressia nervosa — non ancora una categoria diagnostica ufficiale nel DSM-5 ma oggetto di crescente attenzione clinica — si manifesta come un'ossessione patologica per il cibo "puro", "sano" o "corretto", che finisce per compromettere la qualità della vita sociale e relazionale della persona. La drunkoressia, invece, descrive il comportamento di chi riduce drasticamente l'apporto calorico per "compensare" l'alcol assunto, combinando così i rischi di un DCA con quelli di un disturbo da uso di alcol.

I segnali da non ignorare: cosa osservare

Riconoscere un DCA non è sempre immediato. Molte persone dissimulano i propri comportamenti alimentari per settimane, mesi, anni. Eppure esistono segnali comportamentali, fisici ed emotivi che possono indicare la presenza di un disturbo in atto o emergente.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, è sufficiente per una diagnosi — che spetta esclusivamente ai clinici — ma la loro presenza, specialmente in combinazione, merita attenzione immediata.

Segnali legati al comportamento alimentare

Segnali comportamentali legati al cibo e al corpo

  • Restrizione progressiva e rigida degli alimenti, eliminazione di intere categorie di cibi senza indicazione medica.
    La persona inizia a escludere gradualmente prima alcuni alimenti, poi intere famiglie di cibi (grassi, carboidrati, proteine animali), costruendo un sistema di regole alimentari sempre più rigido e inflessibile. Questa restrizione non risponde a esigenze cliniche reali ma a una logica di controllo che tende ad autoalimentarsi nel tempo.
  • Rituali alimentari ripetitivi: tagliare il cibo in pezzetti minuscoli, mangiare in ordine preciso, spostare il cibo nel piatto senza mangiarlo.
    Comportamenti apparentemente innocui che rivelano un rapporto ossessivo con il cibo: la persona non mangia più in modo spontaneo, ma segue schemi rigidi che le permettono di gestire l'ansia legata all'atto alimentare, ritardandolo o controllando nei minimi dettagli le quantità assunte.
  • Ricorso frequente al bagno subito dopo i pasti.
    Può essere un segnale di condotte di eliminazione, come il vomito autoindotto, spesso dissimulato con grande abilità. Chi mette in atto questo comportamento lo fa in modo nascosto, con senso di vergogna profonda, e può lasciare scarse tracce visibili per lungo tempo.
  • Uso nascosto o eccessivo di lassativi, diuretici o farmaci per dimagrire.
    L'uso improprio di queste sostanze è un comportamento compensatorio tipico di alcuni disturbi alimentari. Oltre ai rischi fisici documentati — squilibri elettrolitici, danni renali, dipendenza — segnala una sofferenza interiore importante e un tentativo di controllo del corpo che va affrontato clinicamente.
  • Attività fisica praticata in modo compulsivo, vissuta con ansia quando viene interrotta.
    L'esercizio fisico cessa di essere uno strumento di benessere e diventa un obbligo rigido, irrinunciabile, vissuto come "punizione" o "compensazione" rispetto al cibo ingerito. L'impossibilità di allenarsi — per un impegno, un infortunio o la stanchezza — genera ansia intensa o senso di colpa.
  • Abbuffate episodiche percepite con vergogna e seguite da senso di perdita di controllo.
    La persona ingerisce grandi quantità di cibo in tempi brevi, con la sensazione netta di non riuscire a fermarsi. Subito dopo subentra un senso di vergogna, disgusto e auto-colpevolizzazione intensi. Questo schema ricorrente non è "golosità": è un segnale clinico che richiede attenzione specializzata.
  • Pesarsi più volte al giorno o, al contrario, rifiutarsi totalmente di usare la bilancia.
    Entrambi i comportamenti, apparentemente opposti, riflettono la stessa difficoltà: il peso corporeo occupa un posto sproporzionato nell'autovalutazione della persona. Nel primo caso ogni piccola variazione scatena reazioni emotive intense; nel secondo l'evitamento totale nasconde una paura profonda del confronto con il dato numerico.
  • Evitamento sistematico dei pasti in compagnia.
    La persona inizia a declinare inviti a cena, a trovare scuse per non essere presente a tavola con la famiglia o gli amici. Il pasto collettivo — momento sociale per eccellenza — diventa fonte di ansia insostenibile, perché espone a domande, sguardi e porzioni non controllabili.
  • Interesse ossessivo per ricette, contenuto nutrizionale degli alimenti, o al contrario nessun interesse per il cibo.
    In un caso la persona colleziona ricette e studia valori nutrizionali con un'intensità sproporzionata che però non si traduce in un mangiare sereno. Nell'altro il cibo diventa completamente indifferente: entrambi gli estremi segnalano un rapporto profondamente alterato con la nutrizione.

Segnali che riguardano il corpo

Segnali fisici

  • Modificazioni rapide e significative del peso corporeo in entrambe le direzioni.
    Variazioni rapide di peso — sia perdita che aumento — in assenza di una causa medica evidente possono indicare un comportamento alimentare alterato. È importante non associare il DCA esclusivamente alla magrezza: disturbi come il BED o la bulimia si presentano frequentemente in persone con peso nella norma o superiore.
  • Stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione, sensazione costante di freddo.
    Sono conseguenze dirette di un apporto energetico insufficiente. Il corpo, in risposta alla carenza di nutrienti, riduce le funzioni non essenziali: il metabolismo rallenta, la circolazione periferica diminuisce, le capacità cognitive si riducono. Questi sintomi sono spesso i primi a comparire e vengono erroneamente attribuiti allo stress ordinario.
  • Irregolarità o assenza del ciclo mestruale (amenorrea).
    Nelle persone di sesso femminile, la riduzione dell'apporto nutrizionale comporta una soppressione dell'asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, con conseguente blocco o irregolarità del ciclo mestruale. Si tratta di un segnale clinico importante che indica uno stato di stress nutrizionale significativo per l'organismo e che, se prolungato, può avere conseguenze sulla salute ossea e sulla fertilità.
  • Capelli fragili, pelle secca, perdita di capelli diffusa (telogen effluvium).
    La carenza prolungata di proteine, ferro, zinco e vitamine del gruppo B si manifesta visivamente a livello di cute e annessi cutanei. Il telogen effluvium è una forma di perdita di capelli diffusa e reversibile, tipicamente legata a stati di malnutrizione o stress metabolico intenso, e rappresenta un segnale fisico obiettivo di un organismo in sofferenza.
  • Gonfiore delle ghiandole salivari, erosione dello smalto dentale (segnali di vomito cronico).
    Il vomito autoindotto ripetuto espone i denti e le mucose orali all'acidità gastrica, causando erosione progressiva dello smalto e sensibilità dentale. Il gonfiore delle ghiandole parotidi (le ghiandole salivari principali) è una risposta ipertrofica a questo stimolo ripetuto e rappresenta uno dei segni clinici più riconoscibili della bulimia nervosa.
  • Gonfiore addominale, stipsi o alternanza di stipsi e diarrea.
    I comportamenti alimentari alterati — sia la restrizione che le abbuffate o l'uso di lassativi — compromettono la motilità intestinale e l'equilibrio del microbiota. Il risultato è spesso un quadro di disturbi gastrointestinali cronici che aggravano il disagio fisico e alimentano un circolo vizioso con l'alimentazione.
  • Edemi agli arti inferiori, sensazione di debolezza muscolare.
    Gli edemi — accumuli di liquido nei tessuti, spesso alle caviglie e ai piedi — possono comparire in seguito a carenze proteiche gravi o a squilibri elettrolitici. La debolezza muscolare è conseguenza sia della ridotta massa muscolare che degli squilibri di potassio e sodio, frequenti nei disturbi caratterizzati da condotte di eliminazione.
  • Svenimenti o capogiri frequenti.
    Sono il segnale più immediato di un apporto calorico insufficiente e/o di una ipotensione ortostatica — un abbassamento brusco della pressione arteriosa quando ci si alza da seduti o da sdraiati. Richiedono sempre una valutazione medica urgente, poiché possono indicare compromissioni cardiocircolatorie rilevanti.

Segnali emotivi e nella sfera relazionale

Segnali emotivi e relazionali

  • Profondo disagio rispetto al proprio corpo, vergogna per la propria immagine indipendentemente dal peso reale.
    Uno dei tratti più caratteristici dei DCA è la disconnessione tra la realtà del corpo e la percezione soggettiva di esso. La persona può apparire in ottima salute agli occhi degli altri e vivere al contempo un disagio corporeo intenso, costante, invalidante — che non risponde alle rassicurazioni esterne e che permea ogni momento della giornata.
  • Umore molto variabile, irritabilità o tristezza persistente specialmente in relazione al cibo.
    I repentini cambiamenti di umore sono spesso innescati da situazioni legate all'alimentazione: un pasto "andato storto", una variazione del peso, un commento sul cibo. Questa reattività emotiva intensa segnala quanto il disturbo abbia colonizzato la vita affettiva della persona, rendendo il rapporto con il cibo una continua fonte di tensione psicologica.
  • Isolamento progressivo da amici e famiglia, rinuncia a occasioni sociali che coinvolgano il cibo.
    Man mano che il disturbo si consolida, la persona tende a organizzare la propria vita intorno alle proprie regole alimentari, escludendo tutto ciò che le mette a rischio. Il risultato è un progressivo impoverimento della vita sociale e affettiva, con conseguente aggravamento della sofferenza emotiva e del senso di solitudine.
  • Negazione del problema o minimizzazione costante delle preoccupazioni altrui.
    "Sto bene", "mangio abbastanza", "vi preoccupate per niente": la negazione è uno dei meccanismi di difesa più frequenti nei DCA, in particolare nell'anoressia nervosa. Non si tratta di menzogna deliberata, ma di una difesa psicologica che protegge la persona dall'angoscia di dover affrontare il disturbo — e che rende il percorso di avvicinamento alle cure particolarmente delicato.
  • Pensieri intrusivi e pervasivi sul cibo, sul corpo e sul peso che occupano gran parte della giornata.
    Pianificare ogni pasto con ore di anticipo, rielaborare mentalmente ciò che si è mangiato, pensare continuamente al proprio aspetto fisico: questi pensieri, quando diventano pervasivi e incontrollabili, sottraggono energia cognitiva ed emotiva alla vita reale e sono un segnale clinico importante di un disturbo in atto.
  • Senso di colpa o vergogna intensi dopo aver mangiato.
    L'atto del mangiare — fisiologicamente neutro — viene vissuto come una trasgressione, una sconfitta, qualcosa di cui vergognarsi. Questo senso di colpa post-pasto può portare a comportamenti compensatori immediati oppure rafforzare la restrizione successiva, instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere senza supporto professionale.
  • Calo dell'autostima legato esclusivamente al peso o alla forma del corpo.
    Nei DCA, il valore che la persona attribuisce a sé stessa viene misurato quasi esclusivamente attraverso l'aspetto fisico e il controllo del corpo. Una variazione di peso, uno specchio, un commento diventano in grado di determinare l'intera percezione di sé per quella giornata. Questo meccanismo — descritto clinicamente come "sovravalutazione del peso e della forma corporea" — è considerato il fattore psicologico centrale di molti disturbi alimentari.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la popolazione maschile: i DCA colpiscono anche uomini e ragazzi, ma la diagnosi è statisticamente ritardata rispetto alle donne, in parte perché la sintomatologia può presentarsi in modo diverso (più focalizzata sulla massa muscolare che sul dimagrimento) e in parte a causa dello stigma sociale che rende più difficile chiedere aiuto.

Percorso di cura multidisciplinare per i disturbi del comportamento alimentare: psicologo, psichiatra, dietologo
L'approccio multidisciplinare è il gold standard nel trattamento dei DCA: psicologia, psichiatria e nutrizione clinica lavorano in sinergia.

Il ruolo della dietologia nel trattamento dei DCA

Nell'équipe multidisciplinare che si occupa dei DCA — composta tipicamente da psicologo/psicoterapeuta, psichiatra, medico internista e dietologo/dietista — la figura nutrizionale svolge un ruolo clinico specifico e insostituibile, che va ben oltre la semplice elaborazione di un piano alimentare.

Riabilitazione nutrizionale: di cosa si tratta davvero

L'obiettivo del lavoro nutrizionale nei DCA non è il controllo del peso corporeo. Si tratta di qualcosa di molto più profondo e complesso: la riabilitazione nutrizionale, intesa come il progressivo recupero di un rapporto sano, flessibile e privo di colpa con il cibo. Questo include:

  • La valutazione dello stato nutrizionale e delle carenze specifiche (vitamine, minerali, elettroliti) conseguenti al disturbo
  • La definizione, insieme alla persona e all'équipe, di un piano nutrizionale graduale, individualizzato e clinicamente sicuro
  • Il lavoro sulle credenze alimentari disfunzionali: pensieri rigidi, regole auto-imposte e dicotomie ("cibi buoni" vs "cibi cattivi") che alimentano il disturbo
  • L'educazione alimentare nel senso più autentico del termine: imparare a riconoscere i segnali di fame e sazietà, a mangiare in modo consapevole (mindful eating — alimentazione consapevole, basata sull'attenzione al momento presente durante il pasto), a godere del cibo come esperienza sensoriale e relazionale
  • Il supporto nella gestione delle situazioni alimentari socialmente impegnative (pranzi in famiglia, cene tra amici, viaggi)
  • Il monitoraggio continuo delle condizioni fisiche in coordinamento con gli altri specialisti dell'équipe

Va sottolineato con chiarezza che nessun professionista lavora da solo in questo campo. Un approccio nutrizionale isolato — senza il fondamentale supporto psicologico e, quando indicato, psichiatrico — non solo è insufficiente ma può essere controproducente. La sicurezza della persona e l'efficacia del trattamento dipendono dalla qualità del lavoro di squadra.

Per chi sta vicino: cosa fare (e cosa non fare)

Essere il familiare o l'amico di una persona con un DCA è una delle esperienze emotivamente più faticose che si possa attraversare. Il senso di impotenza, la paura, la frustrazione di fronte ai rifiuti, la tentazione di trasformare ogni pasto in una battaglia — sono sentimenti comprensibili, umani, frequentissimi. Alcune indicazioni possono fare davvero la differenza.

✓ Cosa fare

  • Ascoltare senza giudicare, creare uno spazio sicuro per parlare.
    Non è necessario avere le risposte giuste. Spesso ciò di cui la persona ha più bisogno è sentirsi accolta senza essere valutata o corretta. Un silenzio accogliente vale molto più di mille consigli non richiesti.
  • Esprimere la preoccupazione in prima persona ("mi preoccupo per te") senza accuse.
    Parlare di come ci si sente — non di cosa l'altro sta sbagliando — abbassa le difese e apre un canale di comunicazione autentico. Le frasi accusatorie ("non mangi mai niente", "esageri") producono l'effetto opposto, spingendo la persona a chiudersi ulteriormente.
  • Informarsi sui DCA da fonti qualificate per comprendere meglio il disturbo.
    Capire cosa sta attraversando davvero la persona amata aiuta a non commettere errori per ignoranza e a relazionarsi in modo più efficace. Siti istituzionali, libri scritti da professionisti e associazioni specializzate sono i punti di partenza più affidabili.
  • Incoraggiare con pazienza a chiedere un aiuto professionale.
    Il percorso verso la cura è spesso lungo e non lineare. L'incoraggiamento deve essere costante ma non pressante: piantare un seme, tornare sull'argomento con delicatezza, senza ultimatum. Il momento in cui la persona sarà pronta dipende da molti fattori che non sempre è possibile controllare dall'esterno.
  • Cercare supporto psicologico anche per sé stessi: prendersi cura del caregiver è parte della cura.
    Stare vicino a una persona con un DCA è emotivamente logorante. Avere un proprio spazio terapeutico non è un lusso né un tradimento: è una necessità che protegge sia il familiare sia la relazione stessa, evitando il burn-out del caregiver e mantenendo la qualità del sostegno nel tempo.

✗ Cosa non fare

  • Commentare il corpo, il peso o le abitudini alimentari della persona.
    Qualsiasi commento — anche ben intenzionato — su quanto mangia, su come appare o su eventuali variazioni di peso può rinforzare la focalizzazione patologica sul corpo. Il silenzio su questi temi, in molti casi, è la scelta più rispettosa e terapeuticamente corretta.
  • Trasformare i pasti in momenti di controllo, pressione o conflitto.
    Sorvegliare ciò che viene mangiato, fare pressioni per aumentare le porzioni o commentare il piatto quasi vuoto non produce risultati positivi. Al contrario, carica il momento del pasto di tensione, rendendolo ancora più difficile da affrontare per chi già lo vive come una fonte di ansia.
  • Minimizzare il problema ("è solo un momento difficile", "basta volerlo").
    I DCA non sono fasi passeggere né il risultato di una scelta volontaria. Minimizzare o attribuire il disturbo alla mancanza di volontà è clinicamente errato e comunica alla persona che la sua sofferenza non viene presa sul serio, aumentando isolamento e vergogna.
  • Fare complimenti legati alla magrezza o ai cambiamenti fisici.
    Frasi come "sei dimagrito/a, stai benissimo" possono rinforzare involontariamente i comportamenti disfunzionali, comunicando che il dimagrimento viene premiato socialmente. Anche se detto con affetto, questo tipo di commento può consolidare il disturbo invece di contrastarlo.
  • Aspettarsi una guarigione rapida: il recupero è un percorso lungo e non lineare.
    Il trattamento dei DCA richiede mesi, spesso anni, con momenti di progresso alternati a ricadute. Aspettarsi risultati immediati genera frustrazione nel familiare e senso di inadeguatezza nella persona in cura. La costanza, la pazienza e il mantenimento della fiducia nel percorso sono gli atteggiamenti che davvero sostengono il processo di recupero.

Esistono in Italia associazioni di riferimento — tra cui la Fondazione il Filo d'Arianna, l'ABA (Associazione per lo studio e la ricerca sull'anoressia, la bulimia e i disturbi dell'alimentazione) e il Centro Gruber di Bologna — che offrono supporto sia alle persone in cura sia alle loro famiglie. Il Fiocchetto Lilla, simbolo dei DCA in Italia, viene celebrato ogni 15 marzo con la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, che ha contribuito ad aumentare la consapevolezza pubblica e a ridurre lo stigma intorno a questi disturbi.

Il recupero è possibile: un messaggio di speranza fondato sulla scienza

La letteratura scientifica è chiara: il recupero dai DCA è possibile, con le cure appropriate e il tempo necessario. I dati di follow-up a lungo termine — come quelli riportati nella revisione sistematica di Steinhausen (2002) sull'anoressia nervosa e nei lavori di Hay et al. sul BED (Binge Eating Disorder — disturbo da alimentazione incontrollata) — documentano percentuali di recupero significative quando il trattamento è tempestivo, basato sulle evidenze scientifiche e condotto in modo multidisciplinare.

Ciò che fa davvero la differenza è la precocità dell'intervento: più rapidamente si riconosce il problema e si avvia un percorso di cura, maggiori sono le probabilità di un recupero completo e duraturo.

Gli approcci terapeutici con solida evidenza scientifica

Gli strumenti terapeutici a disposizione oggi sono molteplici. Ognuno risponde a caratteristiche diverse del disturbo, del momento clinico e della persona in cura:

Terapia Cognitivo-Comportamentale migliorata — CBT-E (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy)

Sviluppata dal prof. Christopher Fairburn e dal suo gruppo di ricerca presso l'Università di Oxford, la CBT-E è considerata oggi il trattamento psicologico di prima scelta per la bulimia nervosa e per il BED, con evidenze scientifiche crescenti anche nell'anoressia nervosa. A differenza della CBT classica (Terapia Cognitivo-Comportamentale standard — un approccio psicoterapeutico che lavora sul legame tra pensieri, emozioni e comportamenti), la versione "migliorata" è stata specificatamente progettata per i disturbi alimentari e affronta in modo diretto il meccanismo centrale di tutti i DCA: la sovravalutazione del peso e della forma corporea, ovvero quella tendenza a misurare il proprio valore come persona quasi esclusivamente attraverso l'aspetto fisico e il controllo del corpo.

Il trattamento si svolge tipicamente in 20 sessioni nell'arco di circa cinque mesi per i casi di peso nella norma, con una versione estesa di 40 sessioni per chi richiede una stabilizzazione del peso. Include fasi di psicoeducazione, lavoro sui comportamenti disfunzionali, ristrutturazione cognitiva e prevenzione delle ricadute. I trial clinici randomizzati (RCT — studi in cui i partecipanti vengono assegnati casualmente al gruppo di trattamento o al gruppo di controllo) condotti da Fairburn e collaboratori hanno dimostrato una remissione sintomatologica in oltre il 60% dei casi di bulimia nervosa al termine del trattamento, con mantenimento dei risultati al follow-up a 12 mesi.

Family-Based Treatment — FBT (Metodo Maudsley)

Sviluppato presso il Maudsley Hospital di Londra — uno dei centri di psichiatria più autorevoli al mondo — l'FBT è il trattamento di riferimento per gli adolescenti con anoressia nervosa e si distingue da tutti gli altri approcci per un elemento fondamentale: non considera la famiglia come parte del problema, ma come la principale risorsa terapeutica. Il trattamento si articola in tre fasi distinte. Nella prima, i genitori assumono temporaneamente il controllo dell'alimentazione del figlio: il disturbo viene esternalizzato, separato dall'identità del ragazzo, per ridurre la colpevolizzazione. Nella seconda fase, man mano che il peso si stabilizza, il controllo viene gradualmente restituito all'adolescente.

Nella terza fase, il focus si sposta sullo sviluppo dell'identità personale e dell'autonomia, con una progressiva riduzione del coinvolgimento familiare diretto. Studi clinici pubblicati sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry documentano tassi di recupero significativamente superiori rispetto alla terapia individuale, con mantenimento dei risultati a cinque anni di follow-up.

Terapia Dialettico-Comportamentale — DBT (Dialectical Behavior Therapy)

Originariamente sviluppata dalla psicologa Marsha Linehan per il trattamento del disturbo borderline di personalità (DBP — una condizione psichiatrica caratterizzata da marcata instabilità emotiva, relazionale e dell'immagine di sé), la DBT è stata successivamente adattata con ottimi risultati al trattamento dei DCA, in particolare nei casi in cui il disturbo alimentare si associa a difficoltà significative nella regolazione emotiva. Molte persone con bulimia nervosa o BED descrivono le abbuffate come un tentativo di gestire emozioni intense e difficili da tollerare — ansia, solitudine, rabbia, vuoto.

La DBT lavora su quattro aree fondamentali attraverso sessioni individuali e di gruppo: la mindfulness (consapevolezza del momento presente), la tolleranza della sofferenza (strategie per affrontare momenti di crisi senza agire in modo impulsivo), la regolazione emotiva (identificare e modificare le emozioni disfunzionali) e l'efficacia interpersonale (migliorare la qualità delle relazioni). Le metanalisi disponibili documentano una riduzione significativa della frequenza delle abbuffate e dei comportamenti di eliminazione nei soggetti trattati con DBT rispetto ai gruppi di controllo.

Riabilitazione nutrizionale graduale

Non è un semplice "piano alimentare": è un intervento clinico strutturato, monitorato e coordinato con l'intera équipe terapeutica. Nei casi di restrizione grave, la ripresa dell'alimentazione deve avvenire in modo estremamente graduale per evitare la cosiddetta refeeding syndrome (sindrome da rialimentazione — una complicanza metabolica potenzialmente grave che si manifesta quando si reintroducono i nutrienti troppo rapidamente dopo un periodo prolungato di apporto calorico molto ridotto, con conseguenti squilibri elettrolitici che possono interessare cuore, sistema nervoso e muscoli).

Il percorso mira a ristabilire un apporto adeguato di macro e micronutrienti, a correggere le carenze documentate dagli esami di laboratorio, ad ampliare progressivamente la varietà alimentare e a ripristinare la capacità di ascoltare i segnali fisiologici di fame e sazietà. Tutto ciò richiede tempo, pazienza e una solida relazione terapeutica di fiducia.

Trattamento farmacologico

Il trattamento farmacologico, quando indicato e prescritto dallo psichiatra dell'équipe, può rappresentare un supporto importante in determinate fasi del percorso, ma non costituisce mai una terapia autonoma né sostitutiva dell'intervento psicologico e nutrizionale.

Per la bulimia nervosa, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI — una classe di farmaci che agiscono aumentando la disponibilità di serotonina nel cervello, neurotrasmettitore coinvolto nella regolazione dell'umore, dell'appetito e del controllo degli impulsi) come la fluoxetina hanno mostrato evidenza di efficacia nel ridurre la frequenza delle abbuffate e dei comportamenti di eliminazione. Per il BED, la lisdexamfetamina è stata approvata dalla FDA (Food and Drug Administration — l'agenzia governativa americana che regola farmaci, alimenti e dispositivi medici) come primo trattamento farmacologico specifico per questo disturbo.

Nell'anoressia nervosa, invece, non esistono farmaci con efficacia dimostrata sul nucleo del disturbo: la farmacoterapia viene impiegata prevalentemente per trattare le comorbidità psichiatriche associate (depressione, ansia, disturbo ossessivo-compulsivo) e per gestire specifiche complicanze fisiche.

Il concetto chiave che unisce tutti questi approcci è quello di recovery: non un ritorno a un ipotetico "prima", ma la costruzione progressiva di una relazione nuova con il cibo, con il corpo e con sé stessi — che lascia spazio a piacere, flessibilità, vita piena e relazioni autentiche.

Intervento precoce: Prima viene riconosciuto il problema e avviato il trattamento, maggiori sono le probabilità di recupero completo. Non aspettare che "passi da solo". Il primo passo è il più difficile — e il più importante.

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Riferimenti bibliografici

  1. American Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). Washington DC: APA Publishing; 2013.
  2. Fairburn CG. Cognitive Behavior Therapy and Eating Disorders. New York: Guilford Press; 2008.
  3. Ministero della Salute – Istituto Superiore di Sanità. Disturbi della nutrizione e dell'alimentazione: Raccomandazioni per i professionisti della salute. Roma: ISS; 2017.
  4. Steinhausen HC. The outcome of anorexia nervosa in the 20th century. American Journal of Psychiatry. 2002;159(8):1284–1293.
  5. Treasure J, Claudino AM, Zucker N. Eating disorders. The Lancet. 2010;375(9714):583–593. doi:10.1016/S0140-6736(09)61748-7

Commenti (3)

MR

Marta R.

15 Marzo 2026

Articolo davvero completo e scritto con una sensibilità rara. Finalmente qualcuno che spiega i DCA senza stereotipi e senza far sentire a disagio chi li vive. Grazie dott. de Franchis, lo condividerò a tante persone.

LT

Lorenzo T.

22 Marzo 2026

Ho letto moltissimi articoli sull'argomento — sia come ex paziente sia come studente di medicina — e questo è tra i meglio strutturati che abbia trovato online. I riferimenti al DSM-5 e alla CBT-E sono corretti e spiegati benissimo, e la sezione sui familiari è davvero preziosa. Complimenti.

SC

Sara C.

1 Aprile 2026

Mia sorella sta affrontando un percorso di cura per BED da quasi un anno. Questo articolo mi ha aiutata a capire molte cose che non riuscivo a spiegare nemmeno a me stessa. La sezione "cosa non fare" per i familiari mi ha fatto riflettere moltissimo. Grazie.